Roma 22  Giugno  2018

Medicina riabilitativa, eccellenza italiana.

La Medicina Riabilitativa, che negli ultimi anni si è affermata nell’ambito della “offerta sanitaria” italiana e internazionale come una delle discipline più vive scientificamente è in grande sviluppo. “Lo scopo di questa branca specialistica e dei suoi operatori è il recupero delle capacità funzionali dell’individuo, perse o ridotte a causa di un incidente o di una malattia, che abbia inficiato un apparato dell'organismo, restituendo l’individuo al suo ruolo sociale e famigliare”, dichiara Carlo Cisari, Fisiatra Presidente SIRN - Società Italiana di Riabilitazione Neurologica.

“L’importanza della disciplina sta nella multidisciplinarietà del suo approccio: l’invecchiamento della popolazione media, le conseguenze sempre frequenti di incidenti stradali e sul lavoro, malattie neurologiche complesse e invalidanti. “In questo ambito è nata alcuni anni fa la Società Italiana di Riabilitazione Neurologica – SIRN” prosegue Cisari “per raccogliere e sviluppare le competenze di tutti i sanitari  che operano nel campo della riabilitazione delle patologie neurologiche (ictus, sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica, lesioni del midollo spinale, malattia di Parkinson, ecc.)”.

I progressi della disciplina in questi anni sono stati notevoli: l’Italia è ai primi posti nel mondo, specie nel campo delle tecnologie più avanzate, grazie a studi e centri di eccellenza come ad esempio a Pisa con la Robotica per la riabilitazione e l'assistenza sviluppata all'Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant'Anna. E la centralità del paziente rimane un fondamento per l'approccio vincente per la cura del singolo per il successo di ogni intervento riabilitativo.

 

UN PROBLEMA DI SALUTE PUBBLICA - In Italia, le persone con limitazioni funzionali dovute a malattie sono circa 13 milioni; circa 3 milioni hanno gravi difficoltà motorie o sensoriali, e si stima saranno 4,8 milioni nel 2020. “A fronte di queste cifre, che hanno una dimensione tale da essere un problema di salute pubblica” spiega Paolo Boldrini, Presidente SIMFER - Società Italiana di Medicina e Fisica Riabilitativa “appare evidente  che le moderne tecnologie per le persone con disabilità non siano diffuse quanto ci si aspetterebbe”. Ci sono ovviamente motivi di ordine economico e pratico, ma spesso anche di ordine culturale e psicologico, legati a come il paziente viva la sua condizione di disabilità, le sue aspettative, paure, preferenze. La Medicina Riabilitativa ha posto per questo fra i suoi scopi anche quello di aiutare a colmare la distanza fra persona e tecnologie.

 

TECNOLOGIA E RIABILITAZIONE. Proprio la tecnologia rappresenta lo strumento mediante il quale la Medicina Riabilitativa può realizzare i maggiori successi. Può favorire il dialogo tra medico e paziente, ma soprattutto può intervenire direttamente sul recupero funzionale. “L’utilizzo della Robotica si è dimostrato utile in quanto aiuta il lavoro del operatore della riabilitazione e lo ripropone in modo ripetuto ed intensivo, ma non solo” spiega Maurizio Massucci, Consigliere Nazionale Società Italiana Medicina Fisica e Riabilitativa e Direttore Struttura Complessa di Riabilitazione Intensiva Ospedaliera Azienda USL Umbria 1. “Lavorare con un robot, se posto correttamente, può attivare nel paziente degli interessanti processi neurologici di apprendimento e psicologici di partecipazione attiva (engagement) al pari degli stimoli che ci sono nel gioco dei bambini”. In breve, la tecnologia può offrire vantaggi interessanti in riabilitazione, purché la persona che la utilizza venga accompagnata nel suo percorso all’interno di un progetto riabilitativo centrato sull’individuo.

 

“Le tecnologie innovative permettono di affrontare la necessità di definire e standardizzare i trattamenti utili e di personalizzarli, adattandoli alle caratteristiche personali e cliniche del paziente” aggiunge Paolo Tonin, Istituto Sant'Anna, Crotone e IRCCS Ospedale San Camillo, Venezia. All’attuale stato delle conoscenze, i risultati della ricerca scientifica sulle tecnologie innovative per la riabilitazione forniscono evidenze scientifiche incoraggianti e spingono i ricercatori verso sfide sempre più complesse.

"Negli ultimi due decenni gli studi clinici basati sull'utilizzo di sistemi robotici per la riabilitazione, in particolare quella in ambito neurologico, hanno evidenziato alcuni vantaggi significativi ricondubili alla quantificazione del recupero motorio mediante parametri biomeccanici registrati grazie al robot e ad una riduzione del danno motorio", sottolinea Stefano Mazzoleni, Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, "anche se il trasferimento di tali miglioramenti a livello funzionale e per le attività della vita quotidiana devono ancora essere assicurati in maniera stabile anche a distanza di tempo dal termine del trattamento riabilitativo".

 

In conclusione i sistemi robotici vanno considerati come una risorsa clinica e gestionale in grado di aumentare frequenza, intensità e specificità di trattamenti riabilitativi di precisione e personalizzati. Inoltre la Realtà Virtuale, anche in associazione con la terapia robotica, risulta efficace come terapia, soprattutto in ambito pediatrico, dove la motivazione dei piccoli pazienti risulta essere un fattore determinante per un esito positivo del trattamento riabilitativo. Infine, la Teleriabilitazione sembra essere un’ottima via per erogare trattamenti riabilitativi multidisciplinari con il fine ultimo di garantire la continuità di cura tra ospedale e domicilio del paziente e un accesso ai servizi riabilitativi anche in territori disagiati (come ad esempio in aree rurali o di montagna), ma per il momento viene utilizzata solo in ambito di ricerca.

 

Approcci innovativi come Robotica, Realtà Virtuale, Teleriabilitazione, suscitano dunque giustificati entusiasmi e aspettative; tuttavia, sebbene i risultati delle ricerca  e delle sperimentazioni cliniche abbiano evidenziato alcuni vantaggi significativi per i pazienti e per il sistema sanitario, molte sfide rimangono ancora aperte e richiedono uno sforzo congiunto tra istituzioni accademiche, sanitarie ed enti amministrativi.

 

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